In quest’articolo di Teatro Naturale si parla della California come nuova frontiera dell’olivicoltura.
Il giornalista che ha firmato il pezzo conclude:

    …Sembra in ogni caso che anche negli Usa, come è già successo in Australia e in Cile, stia prevalendo la cosiddetta olive oil industry per la quale non importa tanto la varietà che si pianta o l’eccellenza che si vuole ottenere, ma tutto viene invece ricondotto esclusivamente al reddito che può dare una coltura: fare un prodotto commerciabile, il più standard possibile, di gusto “facile” per il consumatore medio americano. Il tutto in poco tempo e fino a che rende.
    Come accade comunemente con i frutteti, le piante vengono spinte al massimo per alcuni anni poi, se il mercato non tira più, espiantate e sostituite con le specie del momento.
    Insomma, niente inutili sentimentalismi nel nuovo mondo: business is business

Sarà anche business ma qui c’è scritto:

    …l’American Olive Oil Council che è stato fondato nei primi anni ’90 adottando parametri leggermente più severi di quelli del COI, soprattutto per ciò che riguarda l’acidità dell’olio che non può superare lo 0.5%

Noi europei stiamo ancora recuperando dall’incredibile sforzo d’aver portato l’acidità dall’1% allo 0,8% (!)
Quante ernie da riassorbire..

P.S. Sia ben chiaro, il parametro acidità non è un parametro che garantisce la qualità di un olio ma..ne è un indicatore importante.
L’unico parametro infallibile resta in questo momento l’analisi organolettica.

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