Ecco espresso con magnifiche parole quello che prova un giovane molisano, sanmartinese che ama la propria terra ma vive con la rabbia e l’insoddisfazione di chi vorrebbe farla cambiare, vivere e far vivere in un modo diverso, in un modo nuovo.

Caterina Sottile è riuscita con queste splendide parole a tradurre questo sentimento di amore-odio viscerale  che penso attraversi molti dei tanti giovani molisani.

Grazie Caterina, per averlo rappresentato così bene.

Grazie perchè mi sento, ci sentiamo meno soli.

 

Il sonno degli ulivi sul mare, di Caterina Sottile.

 

Il sole scivola piano, rosso sfuggente sui mucchi gialli delle ginestre titubanti.

 L’aria di mare lo aiuta a sedersi, come un contadino stanco, sulla spiaggia e sul porto, odoranti di pesci e gasolio, di cemento e di corde, di reti bagnate.

La macchia mediterranea è merce rubata all’autostrada che passa da Termoli per non andare mai.

Oppure per andare troppo presto o troppo tardi, a seconda del nome con cui si battezza l’odore di sabbia che s’allontana.

Talvolta si chiama nostalgia, talvolta liberazione, talvolta nulla.

L’odore di barche del Molise di mare si insinua nel moto stizzoso delle auto al semaforo sempre rosso delle estati termolesi.

Oltre la seduzione delle ombre impregnate d’acqua salata e petrolio, un paesaggio che si spande come colla sul legno e su cui si tengono immobili gli ulivi pazienti della campagna dei Sanniti e dei distratti giocolieri di automobili.

Profumi di leccino sapiente e malvasia ribelle, montepulciano e nobile gentile frentana ammiccano fra loro e si corrompono con l’innaturale caos con cui le inconciliabili indecisioni diventano appariscente inconsistenza.

Paradosso d’armonia di trilli e di squilli, di tempeste estranee che non raggiungono mai l’orizzonte oltre i treni che si arrampicano sui tetti di Rio Vivo.

Ma l’uva s’irradia fra le nuvole a cavallo del libeccio e il velluto del sole sui rami secchi delle dune assorbe il cielo d’agosto.

 
Ed è fragranza di antico e potenza di tronchi contorti che sanno di fame appagata, di fluttuare dorato e morbido di torrenti d’olio che allagano il pane di questo millennio.

 
Il mare di Termoli sa di argento d’ulivi imperiosi e di verde deluso dallo sguardo dei ciechi. E sa di azzurro; sa di succo d’uva e di agre di pampini scrocchianti tra le dita; sa di nodose viti inattese e di ruvida eternità.

 
L’imberbe Adriatico, tra le dune senza respiro, è paziente, adolescente solitario che ascolta le auto che non vanno e che non sanno.

 
Arretra e avanza, blu come l’inchiostro caduto per caso sul marmo d’una piazza vuota.

 
Immanente, schiumoso puledro dalle ossa ancora troppo fragili; Mediterraneo che non è più e che ha perso il profumo d’Africa. E nitrisce, scalpitando fra gli improbabili scogli armati ma friabili, mordendo piano, come zuccherino dopo una corsa, la terra persa nella battaglia contro l’inerzia.

 

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